FOUNDER’S STORY
Una sera, rimasi immobile davanti a un menù.
Estate del duemilaventuno. Avevo allora venticinque anni e fui destinato, come diplomatico, all’Ambasciata del Giappone nel Regno Unito, a Londra. Così cominciarono quattro anni di servizio sul suolo britannico.
Una sera mi trovai allo Ye Olde Cheshire Cheese — venerabile locale ricostruito nel 1667 dopo il Grande Incendio di Londra, santuario letterario un tempo caro allo stesso Dickens. Mi accomodai su una panca di legno annerita dai secoli e aprii il menù. Davanti a me si distendevano ingredienti di cui non avevo mai sentito parlare, e piatti dai nomi che sfidavano ogni congettura.
Desideravo provare. Ma un piatto, una volta scelto, non si poteva più cambiare. Il mio telefono mi restituiva soltanto una traduzione arida e meccanica. Il cameriere, riconoscendo in me lo straniero, non mi suggeriva che le scelte più prudenti. Alla fine ordinai fish and chips.
Quella sera, accanto a me, allo stesso tavolo, uno sconosciuto aveva ordinato un piatto dall’aria squisita. Cosa sarà mai stato — me lo chiedo ancora — quel piatto di una vita che forse ho lasciato passare? Il rimpianto torna, in silenzio, nei momenti inattesi.
Nulla cambiò a Milano, né a San Sebastián, dove viaggiai con colei che sarebbe diventata mia moglie. Davanti al menù che aprivamo insieme, finimmo per ordinare soltanto i piatti i cui nomi ci erano familiari.
Se soltanto si potesse vedere al di là del menù. Quel piatto di una vita — chiunque dovrebbe poterlo incontrare. A Londra come a Milano, quel pensiero non faceva che crescere.
Giugno duemilaventicinque. Tornai in Giappone per rilevare, come quarta generazione, l’attività di famiglia: un ristorante giunto al settantacinquesimo anno. Stava per compiersi un anno quando diedi voce a quell’antico cruccio che i menù mi destavano. Allora Koki Yui — amico fin dal liceo, divenuto avvocato specializzato in start-up — mi diede la spinta decisiva. «Quel problema», mi disse, «tu puoi risolverlo».
Ho lasciato il Ministero degli Affari Esteri, ma il mio desiderio di rendermi utile — al Giappone e al mondo — resta immutato. Se le persone del mondo potessero accostarsi più profondamente alle culture gastronomiche d’altre terre, il mondo diverrebbe certamente più ricco. Una diplomazia attraverso il cibo. Un luogo dove, al di là dei confini e oltre le lingue, le culture si incontrano attraverso un singolo piatto. È ciò che il nostro MENU-PAAN incarna.
In un prossimo futuro, se mai avessi la possibilità di recarmi all’estero con mia moglie, vorrei visitare, con MENU-PAAN in mano, un piccolo ristorante in un borgo di campagna — per incontrare un piatto straniero che non ho mai assaggiato, di quelli amati dalla gente del luogo.
━━ Rokusaburo INUI (cofondatore di MENU-PAAN, quarta generazione di un ristorante di kushikatsu con 75 anni di storia)







